OMOSESSUALITA’ TRA VIZIO, CASTITA’ E MORALISMO

I tre capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, sono di grande interesse, perché rappresentano situazioni che si possono osservare anche nel XXI secolo. Il primo dei tre capitoli tratta di un’esperienza di Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero. Hamann è il prototipo del moralista rigido; gli capitò, durante un lungo periodo di residenza a Londra di stringere una forte amicizia con un musicista inglese, sul quale aveva sospetti di omosessualità. Dalla lettura di certe lettere dell’amico venne a sapere che questo aveva una relazione con un ricco Inglese. Hamann non ebbe il coraggio di affrontare il discorso direttamente col suo amico ma fu spinto da un impeto moralistico a scrivere al ricco Inglese (che anche lui conosceva) per rimproverargli una relazione che ai suoi occhi appariva solo mercenaria, col risultato che il suo ormai ex-amico e il ricco inglese invece di separarsi si coalizzarono contro di lui. Hamann si portò appresso per tutta la vita il disagio derivante dal suo gesto e sperò di trovare un amico perfetto, del tutto aderente ai suoi modelli, e alla fine lo trovò nei Vangeli.

Decisamente più squallide sono le storie del duca di Cumberland e del vescovo di Clogher. Il primo fu implicato in una vicenda di sangue: un suo valletto tentò di ucciderlo perché lui lo aveva sostituito con un altro, e poi si suicidò, secondo la versione ufficiale, ma un giornalista, in un libello, ricostruì i fatti in un modo molto rigoroso arrivando alla conclusione che non si era trattato di un suicidio ma di un omicidio. Il caso non fu riaperto e il giornalista fu condannato a 15 giorni di carcere e a 200 sterline di ammenda.

Il vescovo di Clogher, che era stato colto “quasi” nell’atto di compiere sodomia su un soldato, perse il suo titolo episcopale perché, uscito dal carcere su cauzione, scappò all’estero prima del processo. L’unico ad essere condannato fu il soldato che scontò così la sua subalternità sociale.

Interessantissimo è il terzo capitolo riguarda le memorie di Arthur Hamilton scritte da Christopher Carr. Il discorso richiede un minimo di puntualizzazione storica: Arthur Christopher Benson (1862-1925) uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

La storia di Hamilton tratta in modo molto serio di un innamoramento profondo senza contatti sessuali tra due studenti. Non si tratta di un romanzo, ma di una storia che rappresenta un vissuto reale dell’autore. Raffalovich si rammarica che i lettori, invece di cogliere nell’omosessuale casto il valore del sacrificio della propria sessualità in nome di qualcosa di più grande, come il dedicarsi “disinteressatamente” all’educazione dei giovani, si siano limitari a considerare chi fa scelte simili un semplice caso patologico. Raffalvich cita anche il caso interessantissimo del generale Gordon, eroe nazionale inglese, con ogni probabilità un omosessuale represso che si dedicò alla cura dei ragazzi poveri.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Hamann in Inghilterra, 1758

Johann Georg Hamann, detto il Mago del Nord, nato a Koenigsberg (Prussia) en 1730, morto à Munster (Westfalia) nel 1788, scrittore molto famoso[1], racconta, nella sua autobiografia, che si ferma al suo trentesimo anno, lo sconforto che gli provocò l’unisessualità venale del suo amico al tempo del suo viaggio in Inghilterra. (Londra, 21 Aprile 1758)

Hamann  era stato allevato seriamente e religiosamente; gli avevano insegnato il Greco, il Francese, l’Italiano, la Musica, la Danza e la Pittura.

Un apprendista del padre insegnò a giovane Hamann (verso il suo quattordicesimo anno) ”il peccato contro il proprio corpo”.

Questa triste esperienza incombeva su Hamann quando egli fu precettore e lo rese quanto più severo possibile quando si trattava di rapporti tra bambini e domestici.

“Io riconosco – dice – che è la casistica di Satana che ci fa considerare certi peccati come veramente minimi, paragonati ad altri. La mia ragione mi aveva sempre fatto considerare la mancanza di castità come un aiuto per la virtù, in quanto capace di impedire certi matrimoni squilibrati o gli adulteri.”

“A Riga sono stato vicino all’adulterio, ho avuto delle tentazioni della carne e del sangue come dello spirito e del cuore, e Dio fino ad ora mi ha miracolosamente preservato.”

“Le scuole piccole – continua – sono le peggiori per i costumi, perché c’è più familiarità, e anche perché c’è più invidia e più odio che si trasformano ancora di più in gelosia e in emulazione quando ci sono meno ragazzi.”

Il 18 Aprile 1757, Hamann, il mago del Nord, arriva a Londra, essendo stato mandato dalla maison Borens per degli affari importanti. Dato che questi affari si trascinavano molto per le lunghe e richiedevano molta pazienza, Hamann non sapeva come passare il tempo e non aveva né un amico né un confidente. Era disperato e cercava di distrarsi, e dal suo punto di vista le distrazioni erano degli accecamenti, delle perdite di tempo. A Berlino aveva fatto la follia di imparare a suonare il liuto in una settimana, e il suo degno padre lo aveva punito per questo e gli aveva detto di occuparsi della sua professione e di non rovinarsi gli occhi. Questo maledetto liuto gli aveva procurato allora anche altre disgrazie: uno studente, Viermetz, che viveva di musica, gli aveva prestato un liuto, l’incapace Hamann lo aveva danneggiato e non aveva potuto compensare in alcun modo l’amico del danno. Gli fu indicata l’unica persona che a Londra poteva insegnare l’arte di suonare questo strumento, un giovane musicista che avrebbe potuto guadagnare molto denaro ma che preferiva vivere da gentiluomo [cioè senza lavorare]. Hamann fece la sua conoscenza, lo scelse per amico intimo e quotidiano, e andò a vivere presso di lui.

Il musicista, il tentatore, aveva una casa propria, aveva con sé una ragazza. Il primo giudizio di Hamann lo avrebbe allontanato da quest’uomo, almeno così pensò più tardi, ma si lasciò andare alla simpatia. Credette di avere trovato quello che cercava, un amico utile e gradevole, il cui contatto, le cui relazioni e la cui casa lo rendevano felice e divertito. Poteva essere felice come lui.

“Ringrazio Dio – esclama  Hamann – di avermi molto amato per questo, di avermi strappato a quest’uomo, al quale io mi ero legato come uno schiavo per seguire lo stesso cammino di peccato e di vizio.” Il suo cuore cieco – continua – gli fece credere che questa unione, questa alleanza non fossero egoistiche. Pensava di dare del gusto e dei principi a un uomo che non ne aveva. Cieco lui stesso, voleva guidare un altro, o insegnargli a peccare con grazia, a trasformare la ragione in malvagità.

Hamann si butto per nove mesi nei piaceri dei sensi, dello spirito e dell’oziosità, ma senza mai trovare riposo. Cambiava casa tutti i mesi, e dovunque incontrava gente bassa, imbrogliona e interessata.

La scoperta che fece gli diede il colpo finale. Il suo amico aveva già dato luogo a molti sospetti che lui aveva schiacciato. Hamann venne a sapere che il suo amico era coinvolto in un modo vergognoso da un ricco inglese. Lo si conosceva (l’amico) col nome di Senel, passava per essere un barone tedesco, la sorella era ugualmente coinvolta da un ambasciatore straniero col nome di Signora de Perl.

Hamann si spaventò di queste chiacchiere e volle conoscere la verità. Il suo amico gli aveva affidato diverso tempo prima un pacchetto di lettere che aveva apparentemente dimenticato di richiedere indietro malgrado la loro importanza e che Hamann “per un presentimento” non aveva restituito. Le lettere erano sigillate solo molto leggermente. Hamann non resistette alla tentazione di leggerle. Si giustificò promettendosi di confessare la sua condotta al suo amico, se non avesse trovato in quelle lettere la prova del crimine di cui lo sospettava; oppure gli avrebbe giurato di non tradire i suoi segreti e gli avrebbe detto addio per sempre.

Hamann si convinse, leggendo, della colpa del suo amico. “Erano delle abominevoli e ridicole lettere d’amore.” La grafia cancellava ogni dubbio che fossero dell’amante, di quello col quale il suo amico aveva una relazione. Hamann credette prudente conservare le lettere più compromettenti. L’amico era in campagna col suo ricco complice. Di ritorno a Londra richiese indietro le lettere e da una parte e dall’altra ci furono esitazioni e imbarazzo. Hamann non osò fare le sue rimostranze subito, e per un certo tempo vissero apparentemente come prima, ma alla loro amicizia mancava l’affetto. “Sembrava anche – dice Hamann – che lui mi avesse risparmiato solo per scoprire se io sapessi qualcosa dei misteri della sua malvagità. Quando lo ebbi rassicurato a questo riguardo, credette di potersi allontanare da me poco a poco. Lo prevenni e presi la decisione di scrivere al ricco Inglese (che io conoscevo) per fargli vedere la vergogna e il  rischio della sua relazione col suo complice. Lo feci col massimo impegno, ma senza successo. Perché, invece di separarsi, i due si unirono contro di me per chiudermi la bocca.”

L’8 Febbraio 1758, Hamann, ridotto il suo gruzzolo a poche ghinee, ebbe la fortuna di trovare presso M. Collins di Marlbourg Street, una camera e dei padroni di casa onesti e buoni. È in questa casa che scrisse il resoconto dei suoi primi trent’anni.

Là, povero e disperato, supplicava Dio di dargli un amico. Aveva tanto sofferto per la falsa e per la vera amicizia. Voleva un amico che gli desse la chiave del suo cuore, il filo del labirinto. Trovò questo amico allora nel suo proprio cuore (il 13 marzo, con l’aiuto del Vangelo.)

Il duca di Cumberland. – Il vescovo di Clogher

Nel 1811 una sanguinosa avventura venne a ravvivare la cattiva reputazione di un principe della famiglia regnante, il duca di Cumberland. Uno dei suoi paggi, dopo un servizio di molti anni, aveva tentato di uccidere il duca e dopo si era suicidato. Sellis, il morto, era geloso del valletto del duca, aveva motivi di lamentarsi del suo padrone. La questione rimase misteriosa; i dettagli sulla giovinezza di Sellis, sui suoi rapporti con un padrone americano, si prestavano all’equivoco.

Nel 1813 un giornalista, in certo Henry White, fu condannato a 15 giorni di prigione e a 200 sterile di ammenda per un libello contro il duca.

White rimetteva insieme tutti i fatti significativi che lasciavano supporre un assassinio (quello di Sellis) e non un suicidio.

Nel 1822, L’onorevole Percy Jocelyn, vescovo di Clogher, zio di Lord Roden, fu scoperto con un soldato in un cabaret di Westminster, quando stava per rendersi colpevole di sodomia. L’abbigliamento del vescovo aveva fatto sì che venisse notato, senza questo abbigliamento il suo legame con il soldato sarebbe potuto passare inosservato. Prove sufficienti di unisessualità erano fornire dalla postura del vescovo e del soldato, e ci si congratulò col vescovo per il fatto che non aveva avuto il tempo di commettere l’atto che avrebbe potuto costargli la testa, perché allora la sodomia era ancora reato capitale.

Nel 1822, redigendo l’atto di accusa, non si sospettava neppure che l’unisessualità molto spesso si ferma prima della sodomia e che il vescovo e il soldato forse non ci avevano nemmeno pensato. Il vescovo passò il resto della notte in preghiera; e l’indomani fu costretto, per ottenere la libertà provvisoria sotto cauzione, a confessare il suo nome.

Pagò 500 sterline e il proprietario della casa di cui lui era locatario fornì le 500 sterline. Il soldato restò in prigione. Il vescovo non si presentò il giorno del processo. Aveva lasciato l’Inghilterra. Fu allora solennemente deposto dalla sua carica di vescovo. (Alcuni anni prima, a Dublino, aveva avuto l’ardire di fare arrestare per calunnia un tale che lo accusava di unisessualità, si era ripulito dai sospetti facendo frustrare pubblicamente quel disgraziato.)

Il soldato, John Moverly, prima guardia del corpo, fu condannato. C’erano sette testimoni contro di lui e contro il vescovo. Fu, come Fitzpatrick, una vittima della sua inferiorità sociale.

Non faccio una scelta di avvenimenti unisessuali, non li vado a cercare. Parlo solo di quelli che trovo senza difficoltà.

Arthur Hamilton

Nelle memorie di Arthur Hamilton di Christopher Carr (1886)[2], il figlio dell’arcivescovo di Canterbury ha descritto la vita di un uranista superiore con molte verità e molta arditezza. L’eroe del libro (non è un romanzo ma una biografia fittizia) essendo casto ha lasciato scioccati e disgustati i lettori e i critici. Il protestantesimo inglese persiste abbastanza forte nelle persone di mondo e negli agnostici tanto da fare considerare loro come “patologica” l’intensione che un uomo potrebbe avere di essere casto. L’autore, abbastanza inglese per saperlo, ha cercato di mettersi al riparo da questo punto di vista, ma inutilmente. Ci sono poche pagine del libro dedicate alla sessualità, ma sono tutte di valore. Arthur Hamilton, originale, un temperamento riflessivo per il quale la riflessione e l’influenza sui suoi amici rimpiazzano le occupazioni rumorose, si trova a diciotto anni ad amare appassionatamente e con purezza un ragazzo grande un po’ più giovane di lui. Questo attaccamento era di quelli, dice l’autore, “che si possono comparare all’amore spartano, quando sono veramente cavallereschi e assolutamente puri, al di sopra di qualsiasi altro amore, nobili, veri, capaci di elevare, una passione che arrossisce in vano e senza macchia, una confidenza così intima che non ne esiste una simile nemmeno tra marito e moglie… parlo della mia personale esperienza, e so che altri confermeranno le mie parole, che queste cose ci ricompensano infinitamente e ci sono infinitamente care.”

Fu nel suo ultimo anno a Winchester che questo amore si sviluppò. Arthur Hamilton va a Cambridge, i due amici si scrivono. “Ho tre lettere di Arthur, dice l’autore, così appassionate nell’espressione, che per non provocare inquietudine, per non dire dei sospetti, non le citerò. Ho letto le lettere dell’altro, anche se le ho distrutte come mi era stato chiesto.”

L’amico, singolarmente attraente ma debole, scivola in una cattiva compagnia a Winchester dopo la partenza di Arthur. Dopo tre anni va a Cambridge, dove cade di nuovo. Arthur non lo venne a sapere subito e fu ardentemente felice di avere di nuovo il suo amico. Ma dato che l’affetto è chiaroveggente e il vizio è incapace di dissimulazione, Arthur scoprì che il suo amico non era solamente debole, che non solo cedeva ma che era deliberatamente impuro. La rabbia, l’agonia, il disgusto di Arthur lottarono contro il suo amore, contro la sua pietà, contro il suo giovane e altezzoso odio per la lussuria (e, ma l’autore non lo dice, probabilmente contro una tacita tentazione di accettare la corruzione del beneamato) e Arthur finì per rompere.

L’amico, una natura brutale e corrotta, più tardi diceva scherzando: “Sì, eravamo molto amici ma con me ora ha tagliato: mi ha dovuto abbandonare perché non mi approvava. Ecco che cosa è la giustizia, la misericordia e la verità”, e via di seguito.

Ci si stupisce forse di vedere un amore così profondo che si spezza, e Arthur si rimproverò amaramente il suo egoismo irreparabile. Probabilmente non si sentiva ancora in grado di salvare l’amico né di non soccombere egli stesso. La lotta dovette essere reale perché Arthur dall’età di vent’anni divenne un altro. L’ambizione, il desiderio di fare effetto, tutte queste cose rientrarono in lui e la sua evoluzione divenne soprattutto interiore. La crisi di Arthur, se qualcuno ha il diritto di scrutare misteri così rispettati, sembra avere qualche somiglianza con quella attraverso la quale l’illustre Gordon[3] dovette passare, una crisi nella quale egli assassinò, castrò una parte di se stesso per diventare uno dei più grandi uomini di azione della storia. Arthur Hamilton non è un uomo d’azione ma è il pensatore, l’uomo generoso, l’uomo che si interessa prima di tutto dell’anima e della giovinezza, che si vota alla giustizia verso l’uomo. Arthur Hamilton si salva dal suicidio dedicandosi all’educazione di un delizioso figlio adottivo, la cui morte a vent’anni, ucciderà anche lui.

Si sa tutto quello che Gordon ha fatto per l’educazione di migliaia di ragazzi. Il sacrificio della sensualità personale, il culto di idee che annientano la ricerca della lussuria, producono negli uomini come Gordon o come Arthur Hamilton una carità per il loro proprio sesso, e soprattutto per i giovani, o soprattutto per tutto ciò che deve soffrire, e un amore di cui Gesù ha dato l’esempio.

Arthur Hamilton interpreta bene il ruolo che l’uranista disinteressato può ricoprire  nel mondo moderno, e invece di approfondire questo senso del libro, molti se ne sono fatti beffe e lo hanno messo sotto accusa.

Quello che è anche interessante è il punto di vista di Arthur Hamilton verso i vizi sessuali. L’idea di mettere insieme la donna con la dissolutezza gli sembra rivoltante; (per un momento ha pensato di sposare una ragazza di mondo, mezza-vergine intellettuale, cioè libera, indipendente, che detesta le donne ed è detestata da loro, ma non cattiva in fondo, benché superficiale e frivola); ma non arrivò a credere con Lacordaire che le dissolutezze non possono conoscere il vero affetto, al contrario trovò in esse le più ammirabili devozioni, al di là dei loro piaceri. È pieno di compassione per i vizi sensuali degli uomini degni di nota, quando vede che sono attaccati da gente comune, dalla folla meschina: perché ha scoperto quel segreto che i saggi hanno sempre conosciuto (e che è in pratica una delle forze del cattolicesimo intellettuale): che l’uomo arriva dal male come dal bene alla verità, alla superiorità morale, alla serenità, se non rimpiange quello che ha imparato.

Il pentimento che trasforma l’uomo, o anche la forza d’animo che può supportare il vizio e la virtù insieme, come una salute ammirabile che poco a poco si purifica da una malattia, Arthur Hamilton li apprezzava e li comprendeva. Ma la bassezza, la maldicenza, la villania, la pietà verso se stessi, per quello che si è perso perdendo la propria innocenza, tutte le debolezze che non servono a niente, che fanno del male, gli sembravano quello che sembravano a Platone o ai grandi santi: perché spogliate dei molti veli le vie terapeutiche dell’anima si assomigliano molto: e l’uranista triste o timido, che non ha la saggezza che Goethe trovava in Winckelmann, dovrà pure alla fine rifugiarsi in un qualche cristianesimo, ortodosso o eretico, simbolico o obbediente.

L’uranista che non è triste o inquieto, che è sicuro di se stesso, anche se cade o si impantana, se vuole ritemprarsi e trovare un po’ di coraggio non può fare di meglio che leggere il Winckelmann di Goethe: psicologicamente come letterariamente uno dei capolavori “del primo dei critici” (Sainte-Beuve)

Winckelmann ha vissuto come un uomo, dice Goethe. E si sa quale compagno sospetto ha assassinato Winckelmann.

Non è questo il luogo per scrivere l’apologia o il panegirico di Winckelmann. Ma il lettore curioso o desideroso di avere l’ultima parola su di lui non ha che da leggere la piccola ammirevole monografia di Goethe.

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[1] Goethe lo aveva in grande considerazione. (Viaggio in Italia, Autobiografia, ecc.)

Aggiunta di Project: – Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità del anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero.

 [2] Nota di Project: – Arthur Christopher Benson (1862-1925), uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti sessuali con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

[3] Nota di Project: – Il generale Charles George Gordon (1833-1885) mitico eroe dell’esercito inglese, impavido davanti alla morte, forse per una volontaria ricerca del martirio, non si sposò mai e le sue relazioni con le donne sembrano essere state tutte platoniche. Mentre viveva a Gravesend a metà degli anni 1860, si interessò molto dei monelli cenciosi del quartiere. Li nutriva e insegnava loro molte cose, e quando erano sporchi, li avrebbe lavati lui stesso nel trogolo del cavallo, parlava molto con loro di attualità e, cosa più importante, trovava loro un lavoro nell’esercito, sulle chiatte, nei magazzini e in mare.

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OMOSESSUALITA’ TRA VIZIO, CASTITA’ E MORALISMOultima modifica: 2016-12-14T00:47:51+00:00da gayproject
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